49 HOURS

Prendiamo due italiani, un camion, sei stati, 1765 miglia e quarantamila coppette. Prendiamo tutto questo e scriviamoci una storia. Diamogli un inizio e immaginiamo una fine. Chiariamo, a uso e consumo del lettore, che quanto raccontato è tutto vero. Bisogna consegnare entro 48 ore un carico di gelato allo stadio Jordan Hare di Auburn, in Alabama. Bisogna farlo tassativamente prima che i Tigers battano il kick-off e diano inizio alla stagione di football del campionato universitario. Bisogna partire, punto. Magari da Phoenix, in Arizona. Nella speranza, vana, di lasciare il caldo asfissiante che qui ti ricorda quanto importante sia stata l’invenzione dell’aria condizionata. Qui che il deserto la fa da padrone, qui che Wytt Earp sgominò la banda Clemson e ci regalò il mito di Tombstone e dalla sfida all’O.K. Corrall. Da qui ci si muove per il New Mexico.

E ancora caldo, caldo, caldo. Il tutto puntellato da un muro infinito, un monito legato all’emigrazione clandestina. Una prevenzione che vuole diventare deterrenza: negli Stati Uniti non vi vogliamo! Da questa parte la vita, dall’altra disperazione e Messico. Un muro sorvegliato con le armi, un muro inutile. La gente ha fame e non ha nulla da perdere, viaggiare per chilometri fotografando l’opera dell’ingegno di chi vuole preservare il suo nella speranza che non diventi loro. Senza sapere che è ormai tutto nostro. Noi che calpestiamo questa terra arida cercando e trovando lavoro. Nostro.

Noi che attraversiamo l’immenso Texas e guidiamo un mezzo sospinto dall’oro nero che sgorga in questa terra: il petrolio. Un miracolo indotto da pompe a cavalletto che diventano soprammobili di un immenso soggiorno. Movimenti ipnotici che stuprano la terra per darci energia. E noi viaggiamo verso l’obiettivo senza avere il tempo di porci domande, solo deserto. E strada. E passaggi a livello. E pompe di benzina. E tazze di caffè. E torte di mele. E facce storte. E cieli dai colori più folli. Noi con una bestia sotto il culo e le nostre quarantamila delizie da consegnare direttamente nei palati di altrettanti tifosi. Noi e uno spazio temporale sempre più ostile e corto. Noi e la Louisiana senza passare da New Orleans, sempre con le mani sul volante e l’occhio perso nell’orizzonte. Con la speranza di intravedere la fine di questa nostra geografia e con la certezza di essere passati sopra il Mississippi. Il grande fiume che ci bagna con i racconti di Mark Twain e dà forza all’avventura omerica che stiamo vivendo. Siamo sull’acqua e siamo dentro lo Stato che prende nome da quell’acqua. Siamo nella storia più dolorosa, quella legata agli schiavi e alla guerra civile. Siamo a un passo dall’Alabama, siamo sulla Road 85.

E ancora deserto, macchie d’erba, poche macchine, qualche piccolo aereo. Auburn è l’arrivo, l’espiazione di colpe mai commesse. Lo stadio, la gente, il football, i gelati, la sensazione di avercela fatto in un posto dove solo chi vuole può. Prendiamo tutto quello che abbiamo raccontato e mettiamolo in immagini. Cosa ci rimane? L’America.

 

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