I GATTI DI GERUSALEMME

Sui tetti c’è un’aria diversa. I gatti saltano da una parte all’altra ma non hanno zampe pelose quanto, piuttosto, scarpe di gomma e pantaloni della tuta rabberciati. I gatti non miagolano, parlano. Sui tetti si vede lo sporco dei tetti: sedie di plastica zoppe, tubi buoni per essere suonati, buste della spesa diventate vele di navi impossibili da governare. I gatti si muovono cercando un appiglio. Lo cercano sui muri lisci delle loro esistenze e lo trovano sui mattoni senza tempo di Gerusalemme. I gatti giocano senza gomitolo di lana e con le loro facce bruciate dal sole.

Sono arabi, sono ebrei, sono cristiani, sono ragazzi. Sono tutti figli del parkour, sono traccianti in cerca di un percorso senza ostacoli. Sono la quintessenza di una pratica guerresca diventata sport nel luogo più militarizzato del mondo. Sotto di loro la città antica. E il profumo del falafel: farina di fave mischiate al coriandolo, tradizione che prende colore dorato a contatto con l’olio bollente. Sono voci che si mischiano all’hummus, al suo odore di ceci che chiama la compagnia della pita. Seduti su piccoli tavoli di piccole vie in questa grande città. I gatti respirano Gerusalemme. Dalla Porta dei Leoni alla Porta di Damasco, dalla Porta di Erode alla Porta d’Oro. E dalla Porta d’Oro alla Spianata e dalla Spianata alla consapevolezza di essere dentro la storia. Tutto con un salto, piegano le gambe e superano lo spazio appoggiando una mano per non perdere l’equilibrio, diventando forti per essere utili. A sé stessi, prima di tutto. Per sfuggire alla polizia. Perché il parkour è vietato a Gerusalemme. Ma loro non sono stupidi turisti, loro conoscono il campo di battaglia. Loro non si trovano mai faccia a faccia con montagne di muscoli sormontati da occhiali a specchio e aggrappati a una bocca da fuoco che sputa novanta colpi ogni minuto. Loro conoscono le armi, loro hanno l’antidoto giusto. I gatti cercano la pace sui tetti. E la trovano. Sotto di loro un conflitto irrisolto, un muro del pianto a cui si accede col metal detector.

Sono cappelli e vestiti neri, pesanti. Sono vesti leggere e sgargianti. Sono donne velate, donne sorridenti. Sotto i gatti si muove il mondo. Loro sopra, leggeri. Capriole senza un drone che le riprenda, magie da social che rimangono sociali senza comparire in un profilo Instagram, sorrisi accennati in volti segnati. Qui c’è felicità diffusa. E declinata: felicità di vivere, di sopravvivere, di condivivere. Che non esiste come parola ma che sussiste come concetto in un luogo dove ci si muove affiancando la propria esistenza a storie tanto diverse da sembrare naturalmente inconciliabili. Eppure i gatti fanno branco, gruppo. Senza appartenenze e distinzioni. Qui esistono solo due tipi di animali: quelli che volano e quelli che rimangono a terra. Loro volano, tutti. Loro sono i Gatti di Gerusalemme, sono ragazzi che fanno del parkour una pratica quotidiana. Sono veri. E sono vivi. Basti sapere questo per capire perché l’aria sia così diversa sopra i tetti.

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